Don Bosco e la gioia

La felicità non si trova in questo mondo se non si ha pace con Dio (III, 78)

La prima felicità di un fanciullo é il sapere di essere amato (IV, 544)

Beato in questa vita é colui che non ha rimorsi di coscienza (V, 926)

Dove regna la carità, regna la felicità (VI, 245)

Coraggio, figliol mio, sii fermo nella fede, cresci ogni giorno nel santo timor di Dio, guardati dai cattivi compagni come da serpenti velenosi, frequenta i Sacramenti della Confessione e Comunione, sii devoto di Maria SS. e sarai certamente felice (VI, 764)

Chi si sente di lasciare i beni di questa terra, i parenti e se stesso, é il più felice in questo mondo; egli sarà discepolo di Gesù Cristo, vero figlio di Dio (VI, 1059)

Allegria, studio, pietà: é questo i grande programma, il quale praticando tu potrai vivere felice e fare molto bene all’anima tua (VII, 494)

Le ricchezze non rendono felici gli uomini (VII, 660; XII, 327)

Solamente la religione é stabile e può in ogni tempo e in tutte le età rendere l’uomo felice nel tempo e nell’eternità (VII, 982)

Se vuoi vivere felice bisogna che te lo meriti coll’essere di buon cuore con tutti, amare i tuoi amici, essere paziente e generoso coi tuoi nemici, piangere con chi piange, non aver invidia della felicità altrui, far bene a tutti e del male a nessuno (IX, 662)

É inutile cercare le rose su questa terra (X, 1179)

É la preghiera causa di tutte le felicità anche temporali (XI, 340)

L’aver la coscienza bene aggiustata é la cosa che nella vita procura maggior consolazione (XII, 248)

Ricordate che felici rende solo il buon operare (XII, 491)

La base della vita felice di un giovane é la frequente comunione (XIV, 126)

Un consiglio per essere felici: fuggite il peccato e frequentate la Santa comunione (XVI, 26)

La religione é l’unico solido conforto fra le miserie e le afflizioni di questa vita; essa sola ci assicura la felicità nel tempo e nell’eternità (XVI, 245)

Le virtù che ti renderanno felice nel tempo e nell’eternità sono: l’umiltà e la carità (XVII, 630)

Ma il premio più sentito e più caro a Margherita sarà nel veder giganteggiare nel cuore del figlio le virtù, delle quali ella pose il seme; nel leggere ne’ suoi sguardi la pace esuberante della coscienza; nel gustare la sua inalterabile felicità per aver corrisposto alla divina vocazione, nel saperlo unicamente intento a promuovere la gloria di Dio; nell’osservare il visibile e continuo aiuto prestato dalla divina Provvidenza alle sue intraprese; nello scorgerlo sempre anelante alla salvezza delle anime, alla distruzione del peccato; nel sentirlo pieno di quella gioia, che accende il pensiero della presenza di Dio, così descritta dal Reale Profeta: “Io canterò il Signore, finché vivrò; inneggerò al mio Dio, finché io sarò. Sia accetto a lui il mio carme: quanto a me la mia gioia sarà nel Signore. Spariscano dalla terra i peccatori e gli empi più non esistano. Benedici anima mia il Signore” (I, 523).

Ed egli è senza dubbio un piacere indicibile lo scorgere la docilità, con cui tutti quei giovani, un dì sì male avviati, ora obbediscono a quegli ecclesiastici; la gioia che loro sta dipinta sul volto, la divozione con che assistono ai divini uffizii, usano ai Sacramenti, frequentano le istruzioni religiose, che anche lungo la settimana si porgono a chi ne abbisogna, intervengono agli spirituali esercizii, che ogni anno si rinnovano pel corso di parecchi giorni (III, 582)

“Nel patire, scrisse D. Bonetti, provava una grandissima gioia, che apparivagli ancora sul viso, e perciò non tralasciava mai dall’intraprendere, né desisteva da un lavoro per disgustoso e faticoso che fosse, dando a divedere che provava maggior pena nel tralasciarlo che nel proseguirlo” (IV, 214)

. D. Bosco educava i giovani e li portava al bene colla persuasione, e quelli lo facevano con trasporto di gioia. Egli procedeva sempre con dolcezza; dando ordini quasi ci pregava, e noi ci saremmo assoggettati a qualunque sacrifizio per contentarlo (IV, 289)

“Mentre D. Bosco predicava sull’amor di Dio, sulla perdita delle anime, sulla passione dì Gesù Cristo nel venerdì santo, sulla SS. Eucaristia, sulla buona morte e sulla speranza del paradiso, lo vidi io più volte, e lo videro i miei compagni, versare lagrime ora di amore, ora di dolore, ora di gioia; e di santo trasporto quando parlava della Vergine SS., della sua bontà e della sua immacolata purità” (IV, 308)

Senza alcun timore adunque anzi con gran pace e gioia si viveva nell’Oratorio. Quivi respiravasi un’aria di famiglia che rallegrava. D. Bosco concedeva ai giovani tutta quella libertà, che non era pericolosa per la disciplina e per la morale. Quindi non si esigeva che si recassero in file ordinate ai luoghi ove chiamavali la campana; e nella stagione calda tollerava eziandio che nello studio deponessero la cravattina e la giubba. Gli assistenti più volte gli facevano osservare come l’ordine e il decoro esigessero un provvedimento. Ma D. Bosco si adattava a stento a quelle rimostranze, tanto piacevagli andare alla buona, sicché tutto sapesse di famiglia. Solo anni dopo acconsentì quando il numero dei giovani era straordinariamente aumentato.E tutti gli antichi allievi ricordano con indicibile tenerezza questi tempi affermando che loro sembrava di trovarsi sempre nella casa paterna coi loro genitori. E contraccambiavano il loro buon padre con tutte quelle attenzioni, che sa ispirare un figliale affetto (VI, 593)

Quello stesso Spirito del Signore che legava fra loro quei monaci e li rendea docili alla direzione di S. Antonio, lega insieme questi giovani e li fa docili alla direzione di D. Bosco. Entrando nell’Oratorio di S. Francesco di Sales, uno resta sorpreso al vedere quella turba di giovani che si agitano e si mescolano per così dire, in tutte le direzioni senza urtarsi fra loro; ma, per poco che li studiamo individualmente, presto ci accorgiamo della presenza dello Spirito del Signore che muove ordinatamente tutta quella gran macchina La gioia e la contentezza che vedesi dipinta sui floridi volti di quei ragazzi rivela la pace dell’innocenza in cui nuotano i loro cuori; i loro modi tanto urbani e cortesi, quanto possono desiderarsi in giovani di nobile prosapia, dimostrano con quanto buon animo piegano il colto al freno della educazione; l’avidità e l’attenzione con cui pendono dal labbro di D. Bosco, cui non saziansi mai di ascoltare, fa conoscere con quale sviluppo si vada svolgendo la loro intelligenza, il rispetto confidenziale poi che è insieme amore e venerazione verso Don Bosco, che hanno in concetto di santo, dissipa la maraviglia e scuopre il segreto del buon andamento di quella casa (VII, 851)

Ma se era poca allegria a Roma, questa soprabbondava nell’Oratorio. Teatrino, giuochi, rottura delle tradizionali pignatte, lotteria, musica, avevano tutti occupati i giovani negli ultimi tre giorni di carnevale. Quella gioia era un effetto della pace del cuore, rassicurata coll’esercizio della buona morte, col quale si erano suffragate le anime sante del purgatorio (IX, 88)

Erano migliaia le domande che ogni anno giungevano a Don Bosco da ogni parte per l’accettazione di poveri giovani. Egli avrebbe desiderato di riceverli tutti. È nota la sua frase ripetuta agli altri Superiori e da noi udita più volte: “ Accettatene quanti più potete. Riempitene la casa e i sottotetti: se non bastano i posti, metteteli nei sottoscala; se anche questi sono occupati, collocateli in mia camera e sotto il mio letto! ”.Egli provava sempre vera gioia quando poteva accogliere un nuovo fanciullo, e vivo dolore quando era costretto a dare una negativa. Ricordava le parole del Divino Maestro: Qui susceperit unum parvulum talem in nomine meo, me suscipit. – Non est voluntas ante Patrem vestrum qui in coelis est, ut pereat unus de pusillis istis. Egli vedeva in ogni giovane un’anima da salvare, e non trascurava ogni più ardua fatica per salvarla (IX, 317)

7 luglio. Si raccoglie ciò che si è seminato. – Domani, giovedì, uscendo a passeggio vedrete che si taglia il grano. I contadini ne fanno manipoli, i quali, legati a fasci, prendono nome di covoni. Questo mi fa ricordare ciò che noi leggiamo le tante volte nella sacra Scrittura: Quae seminaverit homo, haec et melet, che cioè l’uomo mieterà di ciò che ha seminato. Ditemi un po’: se questi contadini che, tutti contenti, mietono ora il grano, e si rallegrano e gioiscono, non avessero fatta la fatica di seminare e di coltivare bene il campo e adacquarlo a tempo debito, potrebbero ora gioire nel raccolto? No per certo, poiché per raccogliere bisogna seminare. Così sarà di voi, mei cari giovani; se ora seminerete, avrete poi il contento di fare un bel raccolto a tempo debito. Ma chi vuole scansar la fatica del seminare, quando sarà venuto il tempo del raccolto, morrà di fame.E state attenti a questo testo dello Spirito Santo: Quae seminaverit homo, haec et metet. Il raccolto è della natura della seminagione. Se si semina grano, si raccoglie grano; se meliga, meliga; se si semina orzo, si raccoglie orzo; se avena, avena; se loglio o zizzania, si raccoglie loglio o zizzania. Se voi volete che il raccolto sia buono, di cose utili, seminate cose buone ed utili; ma ricordatevi che, sebbene costi un po’ di fatica il seminare, ciò non è nulla in confronto della gioia che si avrà nel raccolto. Il contadino in ciò è per noi di un esempio mirabile. Ancora una cosa. Affinché la semente prosperi bene e dia frutto, va seminata a suo tempo; il grano d’autunno, la meliga di primavera, e via di seguito. Se non si semina a suo tempo, il raccolto va fallito. Ora qual è la stagione, in cui si deve seminare per l’uomo? Me lo dica un po’ il tale. (Chiamò per nome uno dei giovani che era il più discolo della Casa).

– La primavera della vita, cioè la gioventù.

– E chi in gioventù non semina?

– Non raccoglie in vecchiaia.

– E che cosa è che bisogna seminare?

– Buone opere.

– E chi semina zizzania?

– Raccoglierà spine in vecchiaia.

– Bene, bene; tienlo ben a mente quello che hai detto e si tenga bene a mente da tutti; poiché ne hai bisogno tu e ne han bisogno tutti! (XI, 251-2)

Il suo volto raggiante di gioia manifestava, come sempre, la propria contentezza nel trovarsi tra i suoi figli (XII, 41)

È sempre grande la mia gioia quando mi vedo circondato dai miei amici e figliuoli. Oggi si accresce il mio contento nel vedervi in tanto numero e così allegri (XIII, 759)

Nella vita eterna passeremo i giorni nella vera gioia per sempre e non mancheremo mai delle cose desiderabili: in perpetuas aeternitates (XV, 597)

D. Come ho da fare per intraprendere una vita, ella diceva, che stacchi dal mondo e mi leghi questo cuore col Signore in modo che ami costantemente la virtù?

R. La buona volontà coadiuvata dalla grazia di Dio produrrà questo effetto maraviglioso. Ma per riuscire ella deve adoperarsi per conoscere e gustare la bellezza della virtù e la gioia che prova in cuore chi tende a Dio.

Consideri poi la nullità delle cose del mondo. Esse non possono darci la minima consolazione. Metta insieme tutti i suoi viaggi, quanto ha veduto, goduto, letto ed osservato. Confronti tutto colla gioia che prova un uomo dopo che si è accostato ai santi sacramenti, si accorgerà che le prime sono un nulla, che il secondo ha tutto (XVII, 867)

Non senza intima gioia abbiamo udito che intorno a noi si gridava: “ Viva il Papa di D.B. ” (Pio XI) (XIX, 295)

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